Oltre la piazza
Non c’è nulla di più simbolicamente possente della grande marcia di Parigi. L’Europa è la patria dell’emozione, ma il cuore dolente cozza contro la fredda determinazione del jihad.
22 AGO 20

Milano. “Noi siamo un popolo”, titola Libération pubblicando un’immagine della piazza di Parigi di domenica, potente e silenziosa, con gli applausi e gli elicotteri e la Marsigliese a fare da colonna sonora, i colori della Francia come sfondo, la Marianna insanguinata issata tra la folla, i leader di mezzo mondo in prima fila, un G40 in marcia, stretto stretto, per manifestare assieme a due milioni di persone contro il terrorismo che ha straziato la redazione di Charlie Hebdo e tutta la Francia. Non c’è nulla di più simbolicamente possente, nell’immaginario collettivo che vuole reagire ai giorni del terrore, esecuzioni e ostaggi, della grande marcia di Parigi, siamo tutti Charlie, siamo tutti uniti, combatteremo insieme quella minaccia che amiamo pensare sempre come lontana e che invece è vicinissima. Noi siamo un popolo, e vi sfidiamo, terroristi: “We are not afraid”, non ci sconfiggerete.
L’Europa è la patria dell’emozione (e sulle piazze la Francia non ha rivali, da secoli), ha la capacità di addormentarsi disunita e distratta e di risvegliarsi con gli occhi lucidi e il cuore sanguinante da usare come scudi di fronte a qualsiasi minaccia: l’11 gennaio è diventato, scrive il Monde, una giornata fondatrice della Repubblica francese. Poi però l’Europa si addormenta e si distrae di nuovo, perché lo sforzo della tolleranza e delle distinzioni è faticoso, e lascia stanchi, inebetiti. I terroristi invece non dormono mai. L’emozione calda dell’Europa cozza contro la fredda calma dei jihadisti che pianificano attentati per mesi, per anni anche, trovano i finanziamenti e le armi, le nascondono, studiano le mappe e gli obiettivi, calcolano i tempi, controllano le vie di fuga, percorrono le strade della strage, fanno sopralluoghi, preparano filmati da pubblicare postumi, e infine agiscono. Si coordinano nelle moschee – “Le moschee sono piene di uomini vigorosi, com’è che con queste persone non riusciamo a difendere l’islam?”, ha detto Amedy Coulibaly, l’attentatore dell’épicerie ebraica – e nei penitenziari – anzi, nei penitenziari si incattiviscono e si radicalizzano – e poi, con quella pazienza strategica che i leader e l’opinione pubblica occidentali perdono con il trascorrere del tempo e che invece tra i terroristi resta forte e inalterata, mettono a punto i loro attacchi.
[**Video_box_2**]Il tempo ci distrae, è il motivo per cui gli stragisti di Parigi erano noti e conosciuti e condannati eppure non più sotto sorveglianza, perché nel frattempo noi abbiamo avuto modo di indignarci sconsideratamente – e di dare Pulitzer a chi ha denunciato l’obbrobrio – per il grande fratello di stato, la sorveglianza dell’Nsa: sono tutti spioni, gli americani più di tutti, ma anche i francesi e i tedeschi, pensano di poter origliare tutto, come si permettono? Così, interrogandoci – flagellandoci – sui nostri metodi, sugli origliamenti di massa, abbiamo smesso di applicarli, quei metodi, lasciando che le maglie del controllo si allargassero mentre quelle del jihad si stringevano – e gli islamisti non hanno fatto nulla per farci pensare che la minaccia fosse diminuita, anzi, il loro scopo è farci vivere nella paura.
Ora in Francia si parla di un Patriot Act, e già la definizione risveglia tic ideologici irreversibili, fare come Bush, siamo pazzi?, ma poco cambia della strategia nei confronti dello Stato islamico in Siria e in Iraq – in Siria, laddove tutto è cominciato, come scrive il Wall Street Journal: la minaccia di oggi “si salda con l’abdicazione americana nella guerra civile in Siria, che è diventata la Grand Central del jihad globale”.
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Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi
